Digital Humanities cos’è e cosa potrà fare.

Digital HumanitiesInformatica Umanistica sembra un ossimoro, la giustapposizione di parole che sembrano senza senso insieme, in realtà la disciplina nasce agli albori dell’informatica come la conosciamo oggi.

L’Informatica umanistica, in inglese Humanities Computing o Digital Humanities, è un campo di studi, ricerca, insegnamento che nasce dall’unione di discipline umanistiche einformatiche. Comprende ricerca, analisi e divulgazione della conoscenza attraverso i media informatici.

La nascita risale al 1946 quando un prete gesuita italiano, padre Roberto Busa, ideò un progetto per indicizzare tutti i testi di S, Tommaso D’Aquino parola per parola. Erano stimate 10 milioni di parole per cui il padre pensò che fosse opportuno avvalersi di una macchina di calcolo, che proprio in quella epoca iniziavano a prendere forma.

Il gesuita Padre Roberto Busa, ideatore della prima idea di Digital Humanities - Informatica Umanistica.
Il gesuita Padre Roberto Busa, ideatore della prima idea di Digital Humanities – Informatica Umanistica.

Così si recò negli Stati Uniti per incontrare uno dei fondatori (presidente ed aministratore delegato) di IBM Thomas J. Watson, malgrado quest’ultimo fosse stato informato dai suoi ingegneri che l’obiettivo era impossibile da raggiungersi.

Alle parole di Watson padre Busa indicò un piccolo poster nel suo ufficio che recitava “Il difficile lo facciamo subito, per l’impossibile abbiamo bisogno di un po’ più di tempo”. Watson capì la provocazione e promise la collaborazione di IBM.

Cosa sarà la Digital Humanities.

L’impossibile portò via trenta anni. Però quella richiesta segnò l’inizio di un nuovo campo di ricerca, Digital Humanities o Informatica Umanistica.

Così il primo risultato di questa disciplina fu l’indicizzazione di tutti i testi di Tommaso D’Aquino.

Oggi i campi di intervento della disciplina  sono estremamente vari. Le applicazioni vengono impiegate per discipline come letteratura (per l’analisi comparata di testi), storia, architettura e arti grafiche. I tools impiegati realizzano linguaggi per l’apprendimento, rielaborazioni dinamiche in 3D della storia degli spazi cittadini, pubblicazioni accademiche in nuovissime forme, produce borse di studio.

L’ampiezza del campo ha portato ad una specie di crisi di identità.

Il giorno 8 Aprile si è tenuto l’annuale giornata della Informatica Umanistica e la domanda che rimbalzava durante i lavori è stata “Cosa fa realmente l’Informatica Umanistica?”.

Questo mentre venivano presentati lavori sui più svariati temi, sulle tematiche più disparate e con risultati estremamente diversificati.

Alcuni risultati della Digital Humanities.

Spesso l’Informatica Umanistica è fatta coincidere on l’analisi computazionale dei testi. E’ ormai frequente l’analisi testuale fatta su centinaia di testi e non su un solo testo. Il distant reading permette di comprendere la letteratura non studiando qualche particolare testo ma aggregando e analizzando un volume sterminato di testi.

Ad esempio Micki Kaufman, dell’Università di New York, ha condotto uno studio sulla corrispondenza digitalizzata di Henry Kissinger. Lo studio comprende circa 17,500 telefonate, 2,200 meeting. L’approccio globale ha portato alla definizione di cluster di parole utilizzate. Ha aperto una nuova vista sull’evoluzione dei comportamenti e delle posizioni dell’ex segretario di stato statunitense.

Ma l’informatica umanistica non si ferma alle parole ma si applica anche alla lettura dei dipinti. Lev Manovich, dell’Università di New York, ha esaminato, con gli strumenti della informatica umanistica, circa 6,000 tele di espressionisti francesi. Ha raggruppato le opere ed estrapolato i tratti comuni. Il risultato raggiunto è la scoperta che metà di quelle pitture si rifà all’arte standard e solo poche “schegge” allo stile impressionistico.

Diverse collocazioni dell’Informatica Umanistica, nelle idee degli studiosi.

Emergono, comunque, posizioni diverse fra gli studiosi. Per Scott Nesbit, dell’Università della Georgia, l’Informatica Umanistica non è una disciplina a sé stante. Ha sue riviste e conferenze ma non è una disciplina autonoma. Dice “Siamo umanisti che utilizzano alcuni metodi ed alcuni strumenti per comprendere meglio i dove possono andare le nostre discipline e cerchiamo delle risposte con metodi diversi da quelli che abbiamo usato”.

Scott Nesbit ha esaminato le condizioni post emancipazione dalla schiavitù dopo la guerra civile statunitense. Il dato da analizzare era perché gli uomini liberati dalla schiavitù andassero verso le forze militari mentre le donne verso le città. Ha utilizzato in maniera coerente dati demografici, mappe geografiche e dati storici.  Così ha realizzato un Geographic Information System (GIS), in modo da poter confrontare con un click tutta l’evoluzione storica e geografica.

Ulteriori risultati.

Una ricerca che ha avuto molto risalto è legata proprio all’Italia. Visualizing Venice riesce a riunire insieme l’arte, la storia, lo sviluppo urbanistico della città di Venezia. I risultati sono sorprendenti. Il progetto è nato dalla collaborazione della Duke University, L’Università di Venezia e di Padova. Il risultato è una visione in 3D di specifiche aree della città di Venezia con possibilità di scorrere nello spazio e nel tempo. Sono disponibili anche alcune parti degli interni degli edifici. Sono stati utilizzate rilevazioni al laser, documenti civici, progetti architettonici. Si può seguire tutta la evoluzione storica delle strutture, i ricercatori possono vedere gli edifici innalzarsi e cambiare nel corso degli anni. Ma non sono semplici filmati, con semplici click è possibile approfondire guardando i documenti su cui sono basate le ricostruzioni. Edificio per edificio, anno per anno.

Altre ricerche hanno portato alla catalogazione di quadri inseriti in cataloghi dei musei o delle università secondo uno stile. Il sito realizzato da John Resig è di aiuto a tutti gli esperti d’arte per poter facilmente raccogliere tutte le rappresentazioni secondo uno stile.

Le strade dello sviluppo.

L’archeologia è forse il campo di ricerca più disponibile ad ogni strumento digitale, dalla raccolta dati alle realizzazioni in 3D. La capacità di integrare rapidamente i metodi della disciplina con le metodologie informatiche, da parte degli archeologi, può indicare un’autentica road map per gli umanisti informatici.

La via della stretta integrazione è la chiave dello sviluppo della informatica umanistica.

Per Mattew Gold, umanista informatico alla Università di New York, indica che il tempo di una evoluzione più sistematica è vicino.

Il confronto per l’integrazione, non subendo sbarramenti dalle logiche proprie che fino ad oggi hanno guidato le discipline, porterebbe ad un vero sviluppo nelle ricerche. Non più calcolo posto a latere del lavoro di ricerca ma integrazione e nuovi metodi di investigazione.

Il campo dell’informatica umanistica è ad un momento interessante.

L’articolo è tratto da Comunication of ACM Giugno 2016 “What’s next for Digital Humanities” di Gregory Mone

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Arturo Infante

Informatico Teorico attualmente in fase molto pratica. Interessi in Matematica, Logica, Fisica, Neuroscienze, Evoluzionismo. Disilluso dalla situazione italiana, ad ora. Amo la musica classica, un po' il Jazz ed il Rock Progressive.

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